appunti
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Da Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka
Nella primavera del 1921 vennero installate a Praga due macchine fotografiche automatiche- una recente invenzione straniera – che riproducevano su un unico foglio sei o dieci o più pose di una medesima persona.
Quando portai a Kafka una di queste serie di fotografie, gli dissi allegramente: “Per un paio di corone ci si può far fotografare da ogni angolazione. Questo apparecchio è un conosci-te-stesso meccanico”.
“Di’ piuttosto un non-conosci-te-stesso”, disse Kafka con un sorrisetto.
Io protestai. “Cosa intendi dire? La macchina non può mentire”.
“Chi te l’ha detto?” Kafka piegò la testa su una spalla. “La fotografia concentra la nostra attenzione sulla superficie. Di conseguenza abbuia la vita nascosta che balugina attraverso i contorni delle cose come un gioco di luci e ombre. E questa non si può coglierla neanche con il più penetrante degli obiettivi. Si può solo cercarla a tastoni... Questa macchina automatica non moltiplica gli occhi degli uomini, dà soltanto una visione a volo d’uccello incredibilmente semplificata”.


Richard Avedon

“Io preferisco sempre lavorare in studio. Ciò isola le persone dal loro ambiente. Diventano, in un certo senso... simboli di se stessi. Spesso penso che vengano da me per farsi fotografare come andrebbero da un medico o da un indovino: per scoprire come sono. Perciò dipendono da me. Io devo conquistarli. Altrimenti non ho niente da fotografare. La concentrazione deve partire da me e coinvolgerli. (...) Viviamo un breve, intenso periodo di intimità. Ma è immeritato. Non ha un passato... né un futuro. E quando la posa è finita, quando la fotografia è stata fatta, non resta più niente se non, appunto, la fotografia... la fotografia e una sorta di imbarazzo. Loro se ne vanno... e io non li conosco. (...) Perché non ho la sensazione di essere stato realmente presente. O almeno quella parte di me che lo era... è adesso nella fotografia. E le fotografie hanno per me una realtà che le persone non hanno. È attraverso le fotografie che le conosco.”


Kierkegaard (1854)
“Un doppio livellamento ovvero un metodo di livellamento che inganna se stesso. Con il dagherrotipo ciascuno potrà farsi fare il ritratto, cosa che un tempo potevano soltanto gli eminenti; ma nello stesso tempo si fa di tutto per farci apparire tutti esattamente identici, e di conseguenza ci basterà avere un unico ritratto.”

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